Il Corso di Dottorato di Ricerca in Linguaggi dell’improvvisazione nelle musiche contemporanee è un percorso di studio e ricerca di durata triennale, rivolto a performer provenienti da ambiti e tradizioni differenti (jazz, musiche classiche contemporanee, rock, pop, musiche folk), con particolare attenzione a candidate/i la cui pratica artistica sia incline ad una trasversalità di linguaggi e di approcci.
L’obiettivo del corso è una ricerca artistica di alto livello e di rilevanza internazionale, oltre
all’acquisizione di sapere e competenze che siano in linea con gli obiettivi nazionali di un corso di terzo ciclo dal punto di vista dell’impatto e del rigore metodologico. La suddetta ricerca artistica, alimentata dalle attività previste dal corso e conclusa da un concerto/performance, è accompagnata dalla richiesta di una riflessione esplicita che, sfruttando la metodologia acquisita nel corso e culminando in una tesi finale, sia in grado di rendere disponibile alla comunità di studiose/i e praticanti di riferimento la prassi di lavoro e la visione maturate nell’arco del percorso triennale.
Il percorso formativo propone una serie di attività didattiche a supporto della ricerca della/del candidata/o: supervisione individuale, lezioni in piccolo gruppo, seminari, partecipazione a conferenze, sessioni di ascolto critico e di discussione, corsi di perfezionamento e supporto (linguistico, informatico, scrittura accademica, valorizzazione dei risultati della ricerca e proprietà intellettuale); l’accesso alle infrastrutture dei partner del consorzio: Accademia di Siena Jazz – Fortezza Medicea (Siena), Centro Studi Arrigo Polillo (Siena), Accademia Chigiana – Palazzo Chigi Saracini (Siena), CPM Music Institute (Milano); un periodo di studio e ricerca da un minimo di 6 mesi ad un massimo di 12 mesi (anche non continuativi) nell’arco del triennio; la possibilità di svolgimento di attività di tutorato e di terza missione (pubblicazioni, organizzazione di simposi).
Al termine del percorso triennale, la/il candidata/o dovrà:
- avere acquisito una conoscenza di alto livello delle prassi improvvisative di riferimento, assieme alla capacità di orientarsi nell’ambito della contaminazione con altri linguaggi artistici;
- avere la conoscenza delle teorie e prassi attualmente accreditate nel contesto dell’improvvisazione contemporanea;
- avere acquisito la capacità di riflettere sulla propria prassi artistica con rigore metodologico, oltre a discuterla in relazione ad un contesto rilevante;
- essere in grado di sviluppare e descrivere metodi e pratiche significativi nell’ambito della ricerca sull’improvvisazione;
- essere in grado di affrontare questioni artistiche, etiche e professionali rilevanti rispetto al proprio fare artistico con integrità e cognizione di causa;
- essere in grado di disseminare il proprio lavoro di ricerca secondo i canali opportuni
(articoli, presentazioni, lezioni-concerto, performance, …); - aver sviluppato una prassi artistica distintiva e contribuire all’innovazione teorico-pratica nell’ambito dell’improvvisazione contemporanea.
I progetti di ricerca, valutati da commissione assieme a portfolio artistico e Curriculum Vitae et Studiorum, potranno essere afferenti ai seguenti temi (tuttavia, la lista non è esaustiva e si
incoraggia la/il candidata/o a proporre ulteriori argomenti di ricerca):
1. Impatto della tecnologia in ambito improvvisativo
Nel rapporto con la tecnologia, che pervade la società contemporanea e, dunque, anche il fare artistico, risiede la possibilità di un’indagine sui percorsi di implementazione e pratica di artefatti tecnico-sociali (interfacce, strumenti, piattaforme hardware e software) che sia coerente con i valori di urgenza espressiva, onestà e presenza tradizionalmente condivisi nelle comunità di performer che improvvisano. Una ricerca su questo tema potrebbe affrontare la comprensione del (e la relazione con) l’invito (in inglese, affordance) racchiuso
nella matericità del mezzo stesso; il problema dell’interazione mediata da un approccio ”in prima persona” e di co-design con la/il performer; la dialettica tra performer che improvvisa, eventualmente seguendo un approccio non idiomatico, e macchina condizionata da quelli che, nelle parole di Andrew McPherson, sono ”pattern idiomatici”: si pensi ai software di notazione musicale, agli strumenti Midi, all’adesione implicita a sistemi di accordatura e modalità di interazione condizionate culturalmente da secoli di storia organologica.
2. Improvvisazione non idiomatica
L’ improvvisazione totale e ”senza rete” è abbandono degli stili e dei modelli acquisiti a favore di un percorso di risonanza collettiva con un materiale musicale generato in maniera estemporanea, eventualmente mediato da un’idea dell’improvvisazione
come composizione istantanea. In questo senso, l’improvvisazione totale può essere vista come il portale di accesso ad un percorso di adesione profonda a linguaggi e
tradizioni del passato, al riparo dal distacco espressivo e dalle aspettative legate a
canoni prestabiliti, o, in alternativa, ad un percorso di improvvisazione non idiomatica, che, seguendo la definizione di Derek Bailey nel suo seminale saggio, ridefinisce continuamente sé stessa in relazione ad un ”nuovo” sapere acquisito nel momento della performance. Un percorso di ricerca su questo tema potrebbe tentare di investigare il senso di queste esperienze in un’ottica contemporanea, sia raccogliendo concetti, pratiche ed esperienze attraverso un approccio etnografico che misurandosi con essi dal punto di vista squisitamente performativo.
3. Dialettica composizione/improvvisazione
Gran parte dei concetti e delle pratiche legate all’improvvisazione – improvvisazione
come variazione su un tema/canovaccio, improvvisazione come composizione
istantanea, improvvisazione come flusso e stato di coscienza, … – implicano un
confronto con l’approccio compositivo, mettendo alternativamente l’accento su
aspetti di analogia o di contrasto tra questi processi. Un progetto di ricerca dedicato a questo tema potrebbe misurarsi con le esperienze che, nel contesto di svariate tradizioni (jazz e new music su tutte) cercano di offuscare il confine tra composizione ed improvvisazione attraverso strumenti di notazione, elaborazione di pratiche e sistemi, tecniche di conduction in senso lato; proporre, anche attraverso la performance, un punto di vista personale su tali esperienze; infine, discutere il tema dell’autorialità in questo contesto.
4. Relazione tra improvvisazione musicale ed altre pratiche improvvisative
La pratica dell’improvvisazione attraversa (e travalica) linguaggi e forme artistiche,
geografie e comunità. Se un principio di universalità si può invocare nel confronto tra improvvisazione musicale e (tra le altre) coreutica e teatrale in relazione a gestalt,
urgenza espressiva e corporeità, lo stesso non si può fare in relazione alle tecniche
narrative, al senso dello spazio o a valori di autenticità ed unicità. Una ricerca su
questo tema potrebbe stabilire un campo teorico-concettuale rispetto a queste (o ad altre) discipline ed investigarne i diversi gradi di interazione nell’ambito della
performance interdisciplinare – dalla giustapposizione all’ibridazione dentro ad un
terreno comune.
5. Improvvisazione ed embodied cognition
Molte pratiche improvvisative – non solo musicali – pongono l’accento sul respiro, sulla propriocezione e sulla voce. Queste sono le espressioni individuali del “pensiero incarnato” che è caro alla tradizione fenomenologica, da Maurice Merleau-Ponty a Richard Shusterman. Un percorso di ricerca su questo tema potrebbe investigare l’integrazione tra improvvisazione musicale e pratiche corporee all’interno di esperienze consolidate (dal Deep Listening di Pauline Oliveros alla ricerca di Milford Graves) per formulare un approccio performativo che tenga conto del percorso e delle coordinate filosofico-culturali della/del candidata/o.