+39 0577 271401 info@sienajazz.it

Articolo su DownbeatDownbeat Article

Articolo su DownbeatDownbeat Article

Downbeat è considerata la “bibbia” mondiale del jazz. Fondata negli anni Trenta, è ancora la più autorevole e letta rivista mondiale di jazz. Nell’estate del 2011 ha inviato il giornalista James Hale a visitare i Seminari Estivi di Siena Jazz, e nel suo numero in uscita a Gennaio 2012 annuncia il servizio su Siena fino dalla copertina: “Campo estivo di jazz
all’italiana”. All’interno una splendida foto di Caterina Di Perri con Lionel Loueke e Miguel Zenon è utilizzata per la prima pagina dell’inserto dedicato alle scuole di jazz, che si apre con ben tre pagine dedicate a Siena Jazz con un’ampia intervista al Presidente Franco Caroni e commenti raccolti tra i molti studenti internazionali che hanno preso parte ai corsi 2011; il sottotitolo annuncia “un Rinascimento italiano” e nell’articolo si sottolinea la singolarità dell’esperienza di Siena Jazz in Italia e a livello internazionale.

[Scarica il PDF ]

Downbeat, USA, gennaio 2012 – Inserto Scuole di Jazz


Un Rinascimento italiano: che siano promettenti studenti di
conservatorio, o acclamati artisti internazionali, tutti i musicisti a
Siena Jazz parlano la stessa lingua.

Testo di James Hale, fotografie di Caterina Di Perri

In alto sui bastioni di una fortezza del Sedicesimo secolo, un ragazzo suona temi di Coltrane che volano sopra le tegole dei tetti dell’antica città di Siena, in Italia. Tra gli alberi d’olivo, un trio di bassisti suona pulsanti linee di accompagnamento.
I corsi estivi di Siena Jazz – l’unico programma italiano di studi sul jazz che conferisce un titolo – sono in pieno svolgimento.
Ospitati dalla spettacolosa Fortezza Medicea – un resto dell’antico dominio spagnolo nella zona – i corsi estivi durano due settimane e possono ospitare 120 studenti. Molti vengono dall’Italia, ma parecchi anche dall’Europa del Nord, con qualche studente che compie il lungo viaggio dal Nord America. E tutti non vedono l’ora di poter studiare con musicisti
come Dave Douglas, Eric Harland, Miguel Zenón, Franco D’Andrea e Greg Osby.
“Il numero di docenti e la densità di talento ed esperienza che si trovano qui esercitano una attrazione incredibile” dice Peter Qualtere-Burcher, sassofonista tenore e studente del Whitman College di Eugene, Oregon. “E’ un castello in un ambiente eccezionale”. Qualtere-Burcher, che sta iniziando la sua seconda estate nel programma, aggiunge “Lo
Zen del jazz qui vive certamente”.
Il Maestro Zen di Siena, il direttore Frank Caroni, lo si trova nel suo ufficio di vetri e mattoni in cima all’edificio principale della scuola. Caroni era un giovane bassista di progrock a Siena alla metà degli anni Settanta quando decise di focalizzare la propria educazione verso la fusione tra jazz e rock che dominava allora la scena musicale.
“Allora non c’era nessuno a Siena che insegnava jazz” dice Caroni attraverso l’interprete Luca Mercurio, che lavora nella amministrazione della scuola. Con questa idea, Caroni si rivolse ai membri del Perigeo, un gruppo italiano fusion di successo, che aveva fatto anche da spalla ai Weather Report. Nell’agosto del 1978, tre membri del Perigeo – D’Andrea, il
sassofonista Claudio Fasoli e il batterista Bruno Biriaco – tennero il primo seminario estivo per 37 studenti.
Tre mesi dopo, salì a bordo anche Giovanni Tommaso, bassista del Perigeo, e il gruppo accolse altri 46 studenti. Ma c’era ovviamente bisogno di un programma che durasse tutto l’anno, e il meccanismo era già stato messo in moto.
“Insegnare era ancora una cosa strana per il jazz” dice Caroni. “C’erano pochi posti di lavoro per insegnare jazz in Italia, così era difficile giustificare il pagamento delle quote.
Che beneficio potevano trarne gli studenti?”
La soluzione di Caroni fu di convincere il consiglio comunale di Siena a sostenere economicamente il programma. Nel far questo non gettò solo le basi per il successo del programma, ma anche per il futuro della educazione jazzistica in tutta Italia.
Mercurio osserva che la normativa fiscale italiana non offre vantaggi alle persone che finanziano istituzioni private come Siena Jazz. Quindi, la sfida era convincere il governo dell’importanza di sostenere le arti, cosa che Caroni è riuscito a fare. Trentacinque anni dopo aver all’inizio convinto i politici a sostenere il suo sogno, il sindaco di Siena, Maurizio Cenni, nella prefazione a un libro fotografico celebrativo, ringrazia Siena Jazz per aver fatto della sua città “una delle capitali del jazz europeo”.
Dalla sua fondazione, Siena Jazz ha guidato lo sviluppo di quasi 700 programmi per lo studio del jazz in tutta Italia. E mentre città come Perugia attirano i riflettori internazionali con i loro festival pieni di star, Siena ha silenziosamente nutrito lo sviluppo del sistema educativo del jazz nazionale.
“E’ un circolo virtuoso” dice Caroni, secondo la cui stima il 70 per cento dei docenti che insegnano jazz nei conservatori italiani sono tra i 6.000 studenti che hanno seguito i corsi di Siena Jazz. “In quanto pionieri della educazione jazzistica in Italia, siamo stati molto rigorosi su come misurare il nostro successo e pianificare il futuro”.
Gli studenti non possono fare a meno di rendersi conto della quantità di fondi pubblici che Siena Jazz riceve.
Caroni dice di sottolineare costantemente agli studenti la necessità di dare atto che è il denaro pubblico che fornisce la strumentazione per le 20 aule permanenti della scuola e sostiene le avanzate tecnologie di cui è dotato il Centro Studi Arrigo Polillo, una massiccia collezione di registrazioni di jazz e materiale a stampa che è dal 1989 a servizio dei
ricercatori di tutta Europa.
La crescita di Siena Jazz può essere stata lenta, ma è stata anche regolare. Caroni ha volutamente evitato di spingere al massimo la crescita del programma nel corso degli anni, sperimentando con cura nuove idee prima di aggiungerle. Per eesempio, la sua ultima idea, un evento dedicato all’improvvisazione su strumenti ad arco, è stata avviata lo scorso anno con un corso di “master” per archi. Con il tempo arriverà a creare il proprio programma autonomo di studio.
“Preferisco eliminare la possibilità di errore” dice Caroni.
Considerata la sua cautela, è difficile immaginare quanto lavoro di pianificazione sarà necessario per il prossimo passo nello sviluppo del programma. Presto Siena Jazz sarà riconosciuta come unico programma di studi di jazz in Italia a livello universitario. Secondo Mercurio, questo sarebbe stato impossibile prima dell’avvento dell’ Unione Europea, che permette alle istituzioni private di rilasciare titoli accademici con l’approvazione dei ministeri della cultura delle varie nazioni.
Con l’imprimatur del governo italiano, Siena Jazz avvierà un programma di laurea quinquennale in musica con 72 studenti per ciascun anno del programma. E inoltre ha in programma di aggiungere un programma di specializzazione triennale per altri 52 studenti per ogni anno. L’aggiunta di un anno supplementare per questi programmi di diploma è tipica di Caroni, secondo cui l’anno in più assicurerà che gli studenti siano non solo dedicati allo studio del jazz ma anche pronti a lavorare insieme senza egoismi in quello che lui chiama “interplay”- una delle poche parole di inglese che usa con facilità.
“L’approccio di Franco all’interazione di gruppo ha sicuramente avuto successo” dice D’Andrea. “E’ una delle sue idee  che rende unico il programma di Siena”.
Qualtere-Burcher ha immediatamente apprezzato l’approccio di Caroni quando è venuto per la prima volta nel 2010 a Siena Jazz. “Era proprio questa accentuata coscienza filosofica della musica, questa trasmissione di una mente aperta e di un orecchio aperto, e di come crescere in modo organico in maniera originale. In America è un ambiente molto
competitivo, e biosgna sembre confrontarsi con queste misurazioni quantificabili delle tue capacità: a che velocità sai suonare? Quanto alto, e qualto forte? Qui, è ‘Ti sei liberato del tuo ego?’ ‘Stavi ascoltando gli altri musicisti?’ ‘Hai reagito bene al gruppo?’”
Questa sensazione di persone che suonano non per affermare il proprio ego e di positive dinamiche di gruppo è in bella evidenza ai concerti serali di Siena, che si tengono all’interno della fortezza durante i seminari estivi.
Giovani musicisti come Qualtere-Burcher si mescolavano tranquillamente con veterani come Douglas e il trombettista Avishai Cohen, senza mettere in evidenza né timidezza né sicumera.
Il batterista Jonas Pirzer dice che è l’interazione con gli artisti una delle cose che fa differente il programma. “Io imparo un sacco guardandoli suonare, ma anche interagendo con musicisti d’esperienza quando non suonano” dice Pirzer. “Insegnano anche solo per come si comportano e per come si esprimono verso di me e verso tutti gli altri studenti”.
La cantante Kim Dhondt, che è al secondo anno di conservatorio ad Anversa, in Belgio, riecheggia le impressioni di Pirzer. “Mi sembra di essere già migliorata dopo neppure una settimana di corso perchè è un programma così intenso” aggiunge. “Non è solo come suonare, ma anche cosa suonare e perchè suonare. Sono abituata ad avere docenti che mi
dicono di imparare le tecniche di base prima di avventurarmi a fare cose nuove. Qui i docenti mi dicono di cominciare a suonare cose più aperte e a usare tensioni diverse”.
Secondo Caroni, le tecniche di base sono ancora essenziali. “Bisogna essere capaci di suonare la storia della musica e di capire da dove viene la musica di oggi” dice. Un elemento chiave sia dei seminari estivi che del programma regolare di Siena Jazz è un corso obbligatorio di Storia del jazz tenuto dal giornalista e traduttore Francesco Martinelli. Il corso gioca un ruolo importante quanto quello dei corsi di Teoria musicale ed Educazione dell’orecchio tenuti da Marcello Faneschi.
Caroni aggiunge che creare uno studente con una preparazione equilibrata non è diverso dall’assicurare i buoni rapporti all’interno di un gruppo musicale.
“E’ la soddisfazione che provo vedendo i giovani riempire le loro vite con idee buone” dice. “E’ l’idea di condividere questa musica invece di farla oggetto di competizione. Abbiamo iniziato tutto questo per aiutare gli altri, per mostrare agli studenti di musica come lavorare per migliorare il loro modo di suonare. Il jazz è un’arte seria, e il nostro
scopo è far vedere ai ragazzi che devono dedicarle tutta la loro energia se vogliono seriamente essere dei musicisti di jazz”.

Scarica l’articolo in formato PDF